Fini lavora alle alleanze elettorali, ma prima c'è il "piano governissimo"
C’è chi dice che l’accordo di massima c’è già, c’è chi nega e chi si trincera dietro a un “vedremo”. Il fatto è che quella che è stata battezzata “l’area della responsabilità” ai tempi del caso Caliendo (finiani, Udc, Api e Mpa) pare una scelta obbligata se la guerra di Montecarlo porterà a una fine rapida della legislatura. Se, in sostanza, si andasse a votare a marzo. “Intanto bisogna vedere come e quando si arriva al voto”, premette uno dei deputati più vicini a Gianfranco Fini, “però dei discorsi ci sono stati e se tutto precipitasse velocemente sarebbe quasi una strada obbligata”.
10 AGO 20

In quel momento, poco lontano, s’aggirava il capo dei finiani in Sicilia, Pippo Scalia, a cui in questi giorni è stato imposto il sostegno al nuovo governo di Raffaele Lombardo: proprio la nuova maggioranza nell’isola rappresenta la prova generale di quanto accadrà a Roma se si arriverà alla rottura definitiva col Pdl. Farsi trascinare al voto da Berlusconi e Lega, infatti, non è certo il primo punto nell’agenda di Futuro e libertà: prima di cedere, si tenterà di mettere in piedi un governo che cambi la legge elettorale, eliminando se non altro l’obbligo di coalizzarsi implicito nel Porcellum. Se però il Cav. si terrà tutti i suoi parlamentari, non esiste maggioranza alternativa e la strada è segnata. Rutelli su questo si è sbilanciato già: “Se si andasse a votare domani, il nuovo polo sarebbe già pronto”. In ogni caso “niente liste uniche” – dicono i finiani – ma i simboli di tutti i partiti sulla scheda. Obiettivi: il 15-20 per cento come coalizione e togliere a Lega e Pdl il premio di maggioranza in Senato in tutto il centro-sud, in Piemonte e Liguria. Problema all’orizzonte, la scelta del candidato premier: Fini o Casini? E Rutelli accetterà un ruolo di secondo piano?